Si sa che la Storia non è la stessa se la
si guarda con occhi diversi, quando poi i documenti e le testimonianze su cui si
cerca di ricostruirla sono scarsi o contraddittori le opinioni e i pregiudizi
(specie quelli dei vincitori) possono facilmente influenzare le teorie. Così è
anche per la storia della Grecìa Salentina, sulle cui origini si sono affrontate
tesi opposte.
Ripercorriamo ora in estrema sintesi la storia del Salento,
vedremo come i rapporti di questa terra con l'Oriente sono stati sempre stretti
e moltissime sono le date di nascita possibili per la Grecìa Salentina.
Prima dei Messapi
Per la sua posizione geografica il Salento
è sempre stato il primo approdo per le popolazioni che si spostavano dal vicino
Oriente e dai Balcani meridionali in Occidente e questo ruolo è evidente ancora
oggi con gli sbarchi continui di immigrati albanesi, kurdi, pakistani,
cingalesi.
Fra i primi abitatori del Salento di cui si abbia qualche
traccia storica, tralasciando i resti del Neolitico delle grotte costiere, molti
studiosi hanno considerato coloni provenienti dalla civiltà minoica cretese,
fiorita circa un millennio e mezzo prima di Cristo. Questo per una serie di
ragioni: gran parte delle città salentine vantano fondazioni leggendarie da
parte di eroi cretesi, ad esempio Idomeneo, come si evince dal racconto di
Erodoto il quale sostiene che in Iapygia (antico nome della Puglia) i Cretesi cambiarono il loro nome in
Messapi; alcuni studiosi hanno notato somiglianze fra i manufatti trovati negli
scavi archeologici salentini e quelli minoici; infine considerazioni sulle rotte
di navigazione che dovevano essere seguite in quell'epoca (preferibilmente
sottocosta) inducono a pensare che i cretesi, che conoscevano e frequentavano le
coste italiane dovessero seguire per arrivarci la rotta che passa dalle isole
joniche, l'isola di Saseno davanti all'attuale Valona e che piega poi diretta
verso Otranto (limitando al massimo la navigazione in mare aperto, le coste
albanesi sono visibili anche a occhio nudo da Otranto).
Su altre popolazioni eventualmente presenti non sappiamo
granchè, anche se alcuni metodi di organizzazione del territorio, della raccolta
dell'acqua piovana e insediamenti rupestri potrebbero suggerire un collegamento
del Salento con la civiltà delle gravine pugliesi e dei "sassi" di Matera.
I Messapi
Meno controversa è la presenza in
Salento, specie dal IX-VII al V-IV secolo a.C. di un popolo che si identificava
nel nome "Messapi" e costituì una civiltà i cui resti sono emersi in gran parte
dei siti archeologici salentini.
I Messapi non erano Greci, sebbene dovettero avere strette
relazioni commerciali con i Greci d'Italia e con quelli d'Oriente e furono
profondamente influenzati dalla civiltà greca nei costumi, nella scrittura
(usavano caratteri greci), nell'arte. Mantennero tuttavia la loro lingua, pare
di origine illirica, almeno fino al IV secolo a.C. e incisioni in messapico
abbondano nei resti trovati specialmente nel basso Salento. Questo è uno degli
argomenti più utilizzati dai sostenitori di una origine medioevale della Grecìa
Salentina, i quali sono convinti che prima della fine dell'Impero d'Occidente in Salento nessuna comunità abbia mai parlato greco.
Gli Elleni e la Magna Graecia
Mentre in Salento fioriva la civiltà
dei Messapi dall'VIII secolo a.C. nelle regioni costiere dell'Italia meridionale
(le attuali coste campane, del Cilento, calabresi e lucane fino a Taranto) e
della Sicilia si moltiplicavano le colonie fondate dai Greci, tanto che si
costituì una regione di lingua e cultura greca abbastanza ben definita e
conosciuta come Magna Graecia o "Grande Grecia" sia per la sua ricchezza
commerciale che per la sua estensione e concentrazione di popolazione. Il
Salento dunque non fece mai parte integrante della Magna Graecia, i messapi
respinsero con successo i tentativi espansionistici di Taranto e nel 471 a.C.
una grande spedizione militare di greci tarantini e reggini fu sconfitta in un
bagno di sangue dai messapi, "la più grande strage di greci di tutti i tempi"
per Erodoto.
Ovviamente questo è sempre stato un ulteriore argomento a
favore dell'origine medievale del greco otrantino, ma possiamo davvero dire che
in Salento in questo periodo non si parlava altro che messapico, che la
situazione linguistica era così omogenea e monolitica? In fondo neanche oggi,
con la TV, la radio e l'alfabetizzazione di massa l'uniformità linguistica è una
realtà!
A dire il vero vi sono dei documenti storici che pongo più di
qualche dubbio: innanzitutto dallo storico Strabone sappiamo che fra Otranto e
Taranto c'era una città "greca", Rudiae. Gli scavi archeologici in quelli che
sono considerati i resti di questa città (a sud di Lecce) hanno portato alla
luce iscrizioni messapiche, tuttavia liquidare la questione come un errore dello
storico sembra troppo semplicistico, Rudiae era anche la patria del poeta Ennio
che cantò le guerre puniche in latino con lo stile dei poemi epici greci.
Inoltre resta aperta la questione di Gallipoli, città che
aveva un doppio nome greco (Kallipolis) e messapico, gli studiosi si dividono
qui fra coloro che sostegono Gallipoli fosse nient'altro che un porticciolo, con
i greci eventualmente presenti relegati a vivere su uno scoglio di pochi m2
(l'attuale "centro" di Gallipoli) ed altri che la considerano una vera
subcolonia di Taranto.
Altro mistero irrisolto riguarda un tempio dedicato alla dea
Atena che sarebbe sorto nel territorio della Iapygia e che molti autori antichi
descrivono come ricchissimo. Toponimi salentini come "colle della Minerva"
(presso Otranto) e "Castra Minervae" (Castro Marina) sembrano confermarne
l'esistenza sebbene i resti non siano mai stati rinvenuti.
Infine, come vedremo più avanti, è difficile pensare che il
Salento non fosse anche in quel tempo, come sempre nella storia, una tappa
quasi obbligata per le genti di lingua greca che viaggiavano dall'Oriente alla
Magna Graecia e poi a Roma e viceversa. Pensare alle aree geografiche e ai
periodi storici come blocchi monolitici divisi fra loro, per cui da un giorno
all'altro e da un colle all'altro sparisce una civiltà e ne inizia un'altra è ormai considerato
universalmente sbagliato, o almeno così dovrebbe essere.
L'età ellenistica e la conquista romana
Nel IV secolo l'influenza greca
nella cultura messapica raggiunse il culmine, sostenuta probabilmente
dalla creazione di un regno ellenistico sulle coste balcaniche e dalla
diffusione del greco in Oriente. E' in questo periodo che secondo Gerhard Rohlfs
il messapico avrebbe ceduto il passo al greco.
Nel III secolo a.C. i Romani sottomisero Taranto e i
Messapi, ora alleati nell'estremo tentativo di resistenza, dopo aver sconfitto
anche l'esercito del re ellenistico Pirro che era accorso dall'Epiro in difesa
delle poleis italiane.
Il Salento formò la regione denominata Calabria, dal nome di
una delle popolazioni che ne occupavano il territorio.
Nei due secoli successivi tentativi di ribellione da parte
dei greci tarantini e poi dei messapi vennero soffocate con durezza, i romani
rafforzarono le loro posizioni in territorio salentino ed intorno ai castra
cominciarono a nascere insediamenti che, insieme alla fondazione di colonie
latine a Brindisi e Venosa e alla via Appia posero le basi per la diffusione
della lingua latina, diffusione completa e rapida per gli studiosi che
sostengono l'origine medievale delle comunità greche salentine, assolutamente
incompleta per i sostenitori dell'origine antica.
![]()
Clicca sull'immagine per ingrandirla
Il periodo imperiale e la cristianizzazione
I primi secoli dell'Impero furono un
periodo di pace e relativa stabilità per il Mediterraneo, le vie di
comunicazione via mare e via terra vennero potenziate e viaggiare non comportava
rischi eccessivi. Per coloro che sostengono l'origine bizantina del Griko questo
fu il periodo della definitiva latinizzazione dell'Italia Meridionale e di gran
parte della Sicilia. Per la scuola linguistica che fa capo a Oronzo Parlangeli
(vedi oltre) in questo periodo si formò un'unità linguistica in Puglia, in
pratica dal Gargano a Leuca si parlava un unico dialetto latino.
Questa analisi non è ovviamente condivisa dai sostenitori
della tesi opposta, secondo i quali in un periodo di abbattimento delle
frontiere, di circolazione di uomini, lingue, idee e religioni che portò anche
alla diffusione del cristianesimo dall'oriente, il latino ebbe presto la meglio
sulle altre lingue italiche ma non potè sopraffare così facilmente una lingua
come il greco, che aveva un bacino di parlanti amplissimo, tanto da
rappresentare una lingua franca specie in Oriente. Pertanto questo periodo
potrebbe aver rappresentato un momento di rinnovamento, piuttosto che di
regressione, per le comunità greche eventualmente presenti in Italia, di
afflusso di nuova linfa dall'Oriente e di evoluzione della lingua, che in questi
secoli era interessata dalle trasformazioni nel lessico e nella pronuncia che la
rendevano molto simile a quella parlata oggi in Grecia, a Cipro, in Salento e in
Calabria.
La guerra greco-gotica
Alla caduta dell'Impero d'Occidente nel V
secolo d.C. la pace per il Mediterraneo era già un lontano ricordo, i barbari
compivano scorrerie sanguinose nelle città costiere, Gallipoli e Taranto vennero
distrutte dai Vandali, e sorte simile ebbero città siciliane e italiane e i Goti
divennero padroni della penisola.
Quando nel VI secolo Belisario con le truppe dell'Impero d'Oriente sbarcò
a Siracusa in Sicilia e ad Otranto deciso a ristabilire l'autorità imperiale
sembra che sia stato accolto con esultanza dalla popolazione ed alcuni
attribuiscono la scelta dei luoghi di sbarco ed il favore del popolo con un
sentimento di "fratellanza" dovuto alla affinità di lingua e cultura, in pratica
Siracusa e la Sicilia Orientale e il Salento sarebbero state in quel tempo
ellenizzate. Superfluo precisare che tali studiosi sono i sostenitori
dell'origine antica delle comunità grecaniche.
La guerra fra le truppe imperiali e i Goti fu sanguinosa e
pare contribuì alla decimazione della popolazione dell'Italia intera, in ogni
casò apri il periodo della dominazione bizantina in particolare in Salento, che fino all'XI secolo restò costantemente legato
all'Impero d'Oriente anche quando la pressione dei Longobardi e degli Arabi
ridussero i possedimenti bizantini alla sola parte meridionale, con la roccaforte di
Otranto mai violata ed un fronte difensivo verso Nord eretto fra Brindisi e
Taranto (il cosiddetto "limitone" dei greci). Questa divisione politica delle
Puglie, con il Salento saldamente in mano ai bizantini e le zone
settentrionali contese dai Longobardi e per brevi periodi dagli arabi, secondo la scuola di Parlangeli pose le basi per la frattura fra i dialetti salentini e quelli della
Puglia vera e propria (terra di Bari, Capitanata...).
La dominazione bizantina
I secoli in cui il Salento fece
parte dell'Impero d'Oriente furono caratterizzati dal ripopolamento, da innovazioni
nell'organizzazione della società centrata sugli insediamenti agricoli, i choria,
e nelle tecniche di coltivazione. Gli strateghi imperiali favorirono
l'immigrazione dall'Oriente anche per costruire una base solida di consenso
nella popolazione, utile nelle guerre contro i Longobardi. I sostenitori
dell'origine bizantina dei grecanici vedono in questa politica di ripopolamento
con genti di lingua greca la probabile origine delle comunità ellenofone
salentine, che sarebbero dunque nate fra il VII e il IX secolo d.C., si dà
risalto ad alcuni documenti che attestano movimenti di schiavi inviati nei
territori italiani per fondare colonie. In
particolare fu Gallipoli a rinascere come città ellenofona dalle rovine grazie
all'immigrazione dall'Oriente. Ma le
immigrazioni di greci coinvolsero anche altre aree come Taranto e dintorni.
L'Impero controllò a lungo anche il Bruzio, la Lucania,
alcuni possedimenti sulle coste campane e per un periodo la Sicilia, venne così
a crearsi un'area politicamente unita che probabilmente favorì reciproche
influenze culturali. Anche per questo alcuni studiosi hanno ipotizzato che le
aree di lingua greca salentina potrebbero essere nate non solo per
l'immigrazione da Est ma anche per l'afflusso di ellenofoni siciliani.
La parola Calabria che prima indicava solo il Salento
cominciò ad indicare il Bruzio mentre il Salento alla fine della dominazione (X-XI
secolo) costituiva con le altre Puglie il Thema di Langobardìa.
![]()
Clicca sull'immagine per ingrandirla
L'arrivo dei Normanni
Nel corso dell'XI secolo i Normanni,
arrivati dal Nord Europa dopo essersi stanziati a lungo in Francia
settentrionale, cominciarono a conquistare regioni sempre più ampie del Sud
Italia, sfruttando l'impegno delle truppe bizantine in altri scenari ed un
alleanza con la Chiesa di Roma. In poco tempo anche regioni come il Salento,
ormai da secoli parte dell'Impero d'Oriente furono occupate dai nuovi venuti.
La conquista normanna contribuì alla crisi dei
rapporti già difficili fra la Chiesa di Roma e la Chiesa Orientale e allo scisma
che divise la cristianità. Per la Chiesa greca in Italia meridionale, tuttavia,
all'inizio non vi furono stravolgimenti. Infatti i Normanni, anche per cercare
di acquisire consenso, rispettarono il clero greco nelle aree di lingua greca
come il Salento ed anzi lo finanziarono.
Sorsero così nuovi monasteri, chiese, maestranze greche
arrivavano per realizzare affreschi e mosaici come quello della cattedrale di
Otranto. Alcuni monasteri divennero importanti centri di cultura, con alloggi
per studenti, possibilità di essere istruiti nelle lettere greche e latine,
attività di trascrizione dei testi antichi. In alcuni di questi, come San
Nicola di Càsole presso Otranto e San Mauro presso Gallipoli, sono stati
rinvenuti manoscritti con testi di Aristotele ed altri autori antichi fra i più
completi al mondo.
I Normanni introdussero il feudalesimo e le terre
con popolazione annessa cominciarono ad essere considerate come "proprietà
privata" del padrone di turno invece che come provincia di un impero/stato, situazione
durata poi fino quasi ai giorni nostri.
|
|
|
Le grandi distruzioni e la fine del Rito Greco
Come abbiamo visto dopo l'anno 1000
il Salento continuò a prosperare nonostante la mutata situazione politica e potè
sfruttare la posizione privilegiata di ponte fra l'Oriente ellenizzato e
l'Occidente latino. Col tempo però le condizioni mutarono: l'Impero d'Oriente
era sempre più minacciato dai Turchi e da altri nemici (fra cui gli occidentali
che per un periodo occuparono Costantinopoli), i nuovi padroni Angioini e
Aragonesi si confontavano militarmente sulla pelle della popolazione, i
monasteri italogreci cominciavano a spopolarsi.
In questo quadro due eventi distruttivi si inserirono
accelerando la crisi delle comunità greche del Salento. Nel 1268 Gallipoli fu
distrutta dagli Angioini che ne sospettavano la ribellione, la popolazione, in
gran parte di lingua greca, fuggì rifugiandosi in paesi come Casarano (che
divenne bilingue). Sull'altro versante Otranto nel 1480 fu occupata per sei mesi
dai Turchi che giustiziarono 800 abitanti sul colle della Minerva e il monastero
di San Nicola di Casole fu ridotto in rovine. Anche conflitti interni
ebbero la loro importanza, in uno di questi il paese a maggioranza greca
Fulcignano fu raso al suolo dai nemici di Galatone, città che era ormai a
maggioranza latina.
Dal 1480 cessa la funzione di ponte fra
culture svolto da Otranto e il Salento entra in una fase di isolamento, certo
continuarono le immigrazioni dall'Est ma il mare era ormai più una frontiera che
una via di comunicazione.
Per di più dal XV-XVI secolo con la Controriforma
l'atteggiamento della Chiesa di Roma nei confronti del Rito Greco diventò molto
più aggressivo, i preti greci si trovarono senza sostentamento e messi in
condizione di dover passare al Rito Latino per sopravvivere, molti monasteri
italogreci finirono abbandonati mentre cominciò una campagna di edificazione di
innumerevoli chiese latine: fiorisce il barocco leccese.
Nel XVII secolo vengono celebrate le ultime funzioni
religiose in Rito Greco e la presenza della Chiesa Italogreca in Salento
cominciò a scomparire nei ricordi, pur non potendosene cancellare del tutto i
segni: gli affreschi delle cripte, le chiese abbandonate, le usanze rimaste
nelle feste religiose ecc. ecc.
![]()
Clicca sulla mappa per ingrandirla
L'oblìo
Nei secoli XVI-XVIII e fino a metà
del XIX comincia a definirsi l'area di grecanica attuale, la Grecìa Salentina.
L'esistenza di una comunità di lingua greca in terra d'Otranto viene dimenticata
perfino in Grecia, pur essendoci alcune racce documentali di passaggio di
immigrati dall'Epiro e dal Peloponneso.
La scomparsa del clero greco provocò anche la
scomparsa della lingua colta e della scrittura con caratteri greci, mentre
rimase viva nella popolazione, in gran parte analfabeta, la lingua volgare greco-salentina, ben diversa dalla lingua greca "ufficiale" tramandata dal
clero, influenzata certo dalla simbiosi con il dialetto romanzo e semplificata
nel lessico ma espressione caratteristica della storia e della cultura di questa
regione come di tutta l'Italia Meridionale, prodotto mirabile di secoli e secoli di evoluzione,
con elementi più o meno arcaici misti ad innovazioni ed elementi trasmessi da
lingue di mezza Europa come il francese e lo spagnolo.
Il mondo scopre il "Griko"
Fu questa lingua volgare che venne
scoperta nella seconda metà del XIX secolo da studiosi come Giuseppe Morosi, i
quali furono sorpresi di trovare in Salento (e in Calabria) comunità di lingua
greca. Altrettanto sorpresi furono gli accademici ateniesi quando videro
arrivare dall'Italia persone in grado di declamare poesie in una lingua strana,
ma indubbiamente greca.
Comparse il greco otrantino scritto, gli studiosi forestieri
e locali (come V.D. Palumbo) che cominciarono a trascrivere i canti, le poesie,
i racconti usarono l'alfabeto latino usato con le convenzioni dell'italiano standard con pochi adattamenti.
Gli ellenofoni si definivano "griki" e "griko" chiamavano la
loro lingua, termine che significa "greco" e così gli studiosi italiani
chiamarono Griko il dialetto greco salentino. Successivamente il glottologo
Gerhard Rohlfs coniò il termine "Graecanicus" per indicare "qualcosa che
somiglia al greco" e grecanici furono chiamati sia i greci calabresi che i greci
otrantini, nonostante successivamente Rohlfs abbia ripudiato tale nome.
Il Griko lingua da buttare via
La scoperta del Griko coincide anche con l'alfabetizzazione
e l'imposizione dell'Italiano come lingua ufficiale del Regno d'Italia. Il Griko,
lingua legata alla vita dei paesi, all'agricoltura e all'artigianato cominciava
ad essere considerato dagli stessi ellenofoni una lingua dell'arretratezza, non
adatta al futuro.
Con il ventennio fascista l'esasperazione
dell'indottrinamento nazionalista e della propaganda che spingeva gli italiani a
riconoscersi in una nazione fondata sulla romanità non ebbe certo benefici
effetti sulla lingua grecanica.
Tuttavia la vera crisi per il Griko si ebbe con il II
conflitto mondiale e il dopoguerra: l'emigrazione fece perdere a molti uomini l'uso della lingua e si cominciò ad
insegnare ai bambini l'italiano o meglio il dialetto romanzo, piuttosto che il Griko, sentito come inutile.
Anche l'arrivo di media come la televisione potenziò la diffusione dell'italiano
nella comunicazione.
La riscoperta del Griko e della cultura salentina
A partire dagli anni '70, sulla scia
della rivoluzione culturale del '68, cominciò a farsi strada un movimento d'opinione che tendeva a far
risorgere molti elementi della cultura salentina dall'emarginazione in cui erano
stati abbandonati nella convinzione diffusa che la speranza per un futuro
migliore dipendesse dall'acquisizione dei modelli culturali vincenti.
Fu così riscoperta la musica tradizionale e la "pizzica", ma anche il Griko
restò coinvolto. Tuttavia, mentre i ritmi della musica conquistavano facilmente
fette sempre maggiori della popolazione, l'interesse per il Griko rimase in un
ambito più ristretto di persone colte e sensibili, sia per il perdurare nel
popolo di un concetto negativo o perlomeno un senso di indifferenza verso il
grecanico, sia per l'obiettiva difficoltà di avvicinarsi ad una lingua
che ormai solo persone ultracinquantenni parlavano.
La sorte del Griko sembrava dunque segnata, ma negli anni '90
e nei primi anni del XXI secolo una nuova speranza ha fatto capolino.
Infatti l'accelerazione dell'integrazione europea fece
sembrare l'Europa degli stati-nazione e dei nazionalismi avviata al tramonto
e crebbero le iniziative per rivitalizzare lingue regionali da tempo bandite dai
poteri centrali: si riscoprì il bretone, il gaelico, il gallese, l'occitano,
ecc. ecc. In parte i venti di rinnovamento arrivarono anche in Italia e
ripresero vigore le iniziative per la salvezza delle lingue di minoranza come il Griko.
Ben presto però in molti Paesi europei si fece marcia
indietro, anche per contrastare l'emergere di tendenze separatiste, ed
attualmente i governi hanno rispolverato la retorica dello stato-nazione,
modello che pare destinato a fondare la futura legge costituzionale dell'Europa.
Sull'onda di questa nuova tendenza la Francia ha bloccato
l'approvazione della legge che avrebbe tutelato lingue come il bretone e il
corso.
In Italia il "reflusso", pur ammortizzando il fenomeno Lega
Nord, non ha impedito l'approvazione di una legge di tutela che, sebbene abbia
una portata più limitata rispetto a quella bloccata in Francia, dovrebbe
promuovere e finanziare iniziative per l'uso delle lingue minoritarie.
Oggi non si può certo dire che la salvaguardia del Griko
entusiasmi i salentini, tuttavia vi sono alcuni che vedono in questa lingua
un'opportunità per il futuro e non più un ferro vecchio da buttare via, parlare
griko non è più una vergogna e questa è già una vittoria. Ma non
significa che sarà facile per il Griko risorgere e vivere ancora.