La fine del rito greco in Calabria
di Filippo Violi
La storia dei paesi greci di Calabria
segna una profonda battuta
d'arresto con la fine del rito greco nella diocesi di Bova e la
quasi
completa latinizzazione del territorio.
Non v’è stato storico sufficientemente asservito ai nuovi
padroni, che
non si sia sforzato di dimostrare che il rito greco doveva
scomparire
per consunzione naturale e a causa dell’ignoranza dei suoi
preti. Le
accuse più varie si accumularono su di essi: rilassatezza dei
costumi,
avidità di ricchezze, vita scostumata, ignoranza dei testi di
liturgia.
In realtà una serie di concomitanze furono utilizzate per la
soppressione del rito greco a Bova, così come in verità era
stato per
le altre diocesi. Innanzi tutto v’è da segnalare che la
classe che a
Bova deteneva il potere economico e politico era quella dei
proprietari
terrieri e certamente si palesava più aperta verso le
innovazioni che
venivano dalla città. La lingua da loro parlata, oltre al
grecanico,
per i continui contatti con il mondo esterno che li circondava,
era
anche il dialetto calabrese neolatino. Evidentemente nel
contatto con
le genti delle altre città si sentiva a disagio nel parlare una
lingua
diversa e nel professare un’altra fede religiosa. E’ chiaro
che i ceti
dominanti in Calabria erano ormai tutti di confessione latina e
di
lingua italo-calabra per cui non ebbero remore a schierarsi con
quel
mondo che essi consideravano più civile. Così quando fu
nominato
amministratore della sede di Bova Fra’ Giulio Stauriano, che
intanto
continuava a mantenere il titolo di Mègara, essi gli furono
accanto in
quel opera di demolizione del rito greco. Fra’ Giulio prese
possesso
della sua nuova sede il 30 maggio 1571 e da subito si rese conto
che
essa era una piccola e povera diocesi. I confini della sua sede
erano
delimitati dal torrente Amendolea, nel lato verso Reggio, e
dalla
fiumara di Bruzzano, verso Locri-Gerace. Pochi e inadatti i
collegamenti tra i paesi della diocesi; cinque - seimila gli
abitanti
tutti di lingua greca; tutti posti sui monti i paesi e chiusi da
secoli
di isolamento. I loro nomi sono gli stessi, fatta eccezione per
qualcuno, che ancora oggi appartengono all’area della grecità
e
dell’ellenofonìa: Bova, Amendolea, Gallicianò, Roccaforte,
Roghudi,
Africo, Pietrapennata, Palizzi, Brancaleone, Staiti. Bova ne era
la
capitale, “ i Chòra”, ed aveva resistito alla latinità
incalzante anche
quando tutte le altre diocesi erano state costrette a subire il
predominio dei latini. E nonostante ciò a Bova l’attività
degli
scriptoria era ancora abbastanza fiorente. Giorgio di
Costantinopoli,
nel 1552, aveva redatto una nuova edizione del Typicon di quella
chiesa; Nicola Manglaviti trascriveva i testi allora in uso.
Poco prima
di Fra’ Giulio era stato vescovo di Bova Achille Brancia che
mal
sopportava l’invadenza del metropolita di Reggio. Ben presto
il
Brancia, suffraganeo del vescovo di Reggio, all’epoca Gaspare
dal
Fosso, aveva denunciato l’arroganza dei visitatori inviati dai
metropoliti in una seduta del concilio di Trento, votando contro
alcune
proposte del dal Fosso. La spuntò naturalmente quest’ultimo
che
costrinse il Brancia alle dimissioni. Eppure sotto il vescovato
del
Brancia il clero aveva mantenuto una buona competenza nella
lingua e
nella liturgia ed egli stesso aveva partecipato con fervore
attivistico
al concilio tridentino. Aveva infine favorito la trascrizione
degli
ultimi codici greci di Calabria. Ma tant’è, dovette andarsene
lasciando
la diocesi in una situazione di anarchia.
Questa era la situazione che trovò Fra’ Giulio al suo arrivo.
Per prima
cosa riaprì al culto la cattedrale dell’Isodia e vi collocò,
il 23
novembre del 1572 le reliquie dei santi apostoli Andrea e
Giacomo. In
quel giorno e, più ancora dopo la solenne liturgia del 20
gennaio 1573,
si era compiuto infatti l'ultimo atto contro la chiesa greca:
Bova,
estremo baluardo della grecità religiosa, si
"consegnava" nelle mani
della chiesa latina. Fra’ Giulio credette così di poter
uscire da quel
isolamento umano e culturale che era rappresentato dal fatto di
essere
il solo vescovo di rito greco in mezzo alle diocesi latine.
L'ironia
della sorte volle che a mutare il rito religioso a Bova
fosse proprio
un vescovo greco di origine armena: il cipriota frate Giulio
Stauriano
che, d'accordo con i notabili della città, mise i bovesi
davanti al
fatto compiuto. In realtà v'è il sospetto che frate Giulio
Stauriano
fosse stato mandato fin qui dalla Curia Romana proprio perché
la
presenza di un vescovo di rito greco avrebbe reso meno doloroso
e
traumatico il passaggio al rito latino. Le scuole di grammatica
latina
e di canto gregoriano, per le quali Fra’ Giulio continuava a
ripetere
di aver speso somme ingenti, erano infatti già funzionanti. Né
egli
mancò di affermare che era stato lo stesso papa Pio V ad
imporgli
oralmente di “ridurre il suo clero dal rito greco al
latino”. Fra’
Giulio cercò in tutti i modi comunque di nascondere la portata
reale
del suo progetto ed agì in maniera tale da mettere tutti
davanti al
fatto compiuto, come se ciò che stesse facendo, più che essere
un fatto
di una certa risonanza, non fosse altro che un mero fatto
amministrativo. Il suo primo passo fu la Parrocchia di Palizzi,
paese
in feudo agli Aragona d’Ayerbe, conti di Simeri (ancora ne
persiste il
toponimo). Dal passaggio al rito latino i feudatari e il
protopapa
Pietro d’Arena ne ricavavano il vantaggio maggiore, anche
perché tutte
le proprietà della parrocchia di Sant’Anna, della cappella di
santa
Caterina e della chiesa di San Leonardo passavano in mano ad una
comunìa della quale potevano goderne soltanto i preti di rito
latino.
Insomma, per alcuni preti, “poscia più che il dolor potè il
digiuno”,
direbbe padre Dante. E così fu! I preti greci che non si
adeguarono,
furono ridotti in miseria e sopravvissero facendo i contadini ed
officiando nelle povere chiese rimaste in mano loro. A Bova
invece la
resistenza era maggiore ma Fra’ Giulio cercò di aggirare gli
ostacoli
recandosi a Roma con delle credenziali che non lasciavano spazio
all’immaginazione. I notabili bovesi infatti, sapendo che il
precedente
vescovo, Achille Brancia, era in odio al cardinale Sirleto
(punto di
riferimento a Roma dei calabresi), aggiunsero alle parole del
vescovo
bovese ed a quelle del metropolita di Reggio dal Fosso, una
lettera che
doveva fungere da compiacente presentazione, avendo Fra’
Giulio - a
detta dei notabili- liberato la città “dagli mano di faraoni
et posta
in luce “
A frate Coluccio Garino, prete greco e tesoriere della
cattedrale, non
rimaneva altro che lanciare il suo anatema contro quanti avevano
favorito il passaggio dal rito greco al rito latino. Ma la cosa
non
terminò qui, sic et simpliciter, perchè non tutte le
comunità
parrocchiali si rassegnarono a "consegnarsi" nelle
mani dei latini.
Molte continuarono ad officiare col vecchio rito e con i loro
Protopapi, anche perchè - e la cosa parve opportuna - gran
parte del
popolo si esprimeva e conosceva la sola lingua greca. Anzi i
risentimenti furono tanti e tali, proprio a causa della lingua,
che fu
creata una collegiata greca nel 1625. E l’Arcivescovo
d’Afflitto, tra
la fine del XVI sec. e l’inizio del XVII, affermava ancora che
nelle
sue visite pastorali aveva trovato sacerdoti, diaconi e libri
corali
greci a Motta S.G., Pentidattilo, Montebello, S.Lorenzo, S.Agata.
I
grecanici comunque cominciano a fare uso della lingua volgare e
a
scrivere in caratteri latini, perdendo, lentamente ma
inesorabilmente,
la loro distinzione etnica. Grave danno fu aver provocato tutto
questo,
dal momento che lo stesso Vaticano II aveva dichiarato che
“... che
conoscere, venerare, conservare e sostenere il ricchissimo
patrimonio
liturgico e spirituale degli orientali è di somma importanza
per
custodire fedelmente la pienezza della tradizione cristiana e
per
condurre a termine la riconciliazione dei cristiani d’Oriente
e
d’Occidente”. Ma evidentemente a nulla era servita l’opera
di S. Nilo e
dei monaci e, più che il “ricchissimo patrimonio liturgico e
spirituale
degli orientali”, stava cominciando a far gola il patrimonio
economico
degli stessi! Oggi, a distanza di quattro secoli e mezzo, il
rito greco
sta ritornando in questi luoghi. Bova, Bivongi, Gerace,
Gallicianò,
ecc. vedono già la presenza dei papades greci e dei monaci di
Monte
Athos.